VOI CREDETE NEL DESTINO?

CASTEL DRACULA, 5 MAGGIO, A.D. 1888

Quella sera, il colloguio con il giovane avvocato si era trasferito in un’altra sala ben illuminata, un certo numero di documenti, atti di proprietà e contratti erano stati disposti su un ampio tavolo. Sul muro vicino al tavolo era stata appesa una carta di Londra e dintorni. Harker aveva appena finito di fissare diverse fotografie sulla mappa, che mostravano alcune delle varie proprietà da me appena acquistate tramite i miei procuratori e che si trovavano nelle dieci località indicate sulla mappa con dei circoletti rossi.

Usando un’antiquata penna d’oca e un calamaio, firmo l’ultima delle carte. “Non vedo l’ora di aggirarmi per le vie affollate della vostra potente Londra, di trovarmi nel mezzo del turbinio della sua umanità, di dividere con essa la vita, il mutamento… la morte.” Con l’ultima parola spinsi l’atto legale completato verso Harker, che lo piegò e vi applicò un sigillo di ceralacca.

“Fatto. Ora, signor Conte, voi siete proprietario della tenuta chiamata Carfax, a Purfleet.” Spostandosi verso la carta appesa al muro, il giovane procuratore mostrò una delle fotografie che vi aveva appena fissate. Quella che stava indicando mostrava un’antica dimora di pietra. Tornò al tavolo, dove giacevano altre fotografie mescolate alle varie carte. “Vi ho portato anche delle foto di alcune delle altre proprietà. Perdonate la mia curiosità, signore, ma come vostro procuratore legale a Londra potrebbe essere utile che io sappia. A quale scopo comperare dieci case distribuite in giro per la città? Si tratta di una strategia di investimento mirata a far salire il valore di mercato di tutte le proprietà? Oppure…”

Frattanto mi ero fatto più vicino al tavolo, e abbassando casualmente lo sguardo dalla mappa, vidi qualcosa, davanti a me, che mi paralizzò. Un solo movimento spasmodico della mia mano, reazione involontaria ad un tremendo choc, rovesciò il calamaio, spargendo l’inchiostro, bruno rossastr come sangue secco, in una macchia che si allargò sulla superficie del tavolo. La mia mano, con le unghie a punta e il palmo innaturalmente peloso, si mosse più velocemente del’inchiostro a salvare un oggetto, sollevandolo, dalla macchia che si espandeva.

Harker, guardandomi fisso, rimane ancora una volta stupito: per un attimo gli parve di avere davanti agli occhi un cadavere. Tale era la mia concentrazione con cui fissavo la fotografia che era adesso nella mia mano. Le mie labbra si mossero e ne uscì la mia voce sussurrata, alterata. “Credete nel destino? Che persino i poteri del tempo possano essere alterati per un unico scopo? L’uomo più fortunato che calpesta questa terra è colui che trova… il vero amore.” E solo dopo alzai i miei inquietanti occhi verdi su Harker.

Il giovanotto, visibilmente confuso per l’ultima piega presa dagli eventi, fissò perplesso la fotografia, quindi eseguì una rapida ricerca nelle sue tasche interne. “Ah! Vedo che l’avete trovata! Mina… Pensavo di averla perduta, ma evidentemente il suo ritratto deve essere finito tra le altre fotografie. Dobbiamo sposarci appena torno in Inghilterra.” Mentre pronunciava queste ultime parole, Harker si girò di scatto verso la porta aperta della stanza, dalla quale partiva un corridoio buio. Per un attimo gli era parso di aver udito, quasi impercettibilmente, il fruscio di un abito femminile, il suono della risata di una donna. Ma credette si trattasse solo di un’illusione, uno scherzo del vento, di qualche topo che correva dentro i vecchi muri.

Io non diedi segno di aver avvertito alcuna presenza, maledicendo in silenzio Marishka per la sua innata curiosità. Rimisi sul tavolo la foto di Mina, facendo attenzione a scegliere un punto non macchiato dall’inchiostro.

Harker sentì il bisogno che la conversazione riprendesse. “Voi siete sposato, signore?”

Stavo ancora fissando il ritratto di Mina, e la mia risposta si fece attendere. “Anch’io sono stato sposato. Secoli fa, sembrerebbe. Purtroppo, morì.”

“Mi dispiace molto.”

“Ma forse mia moglie fu fortunata. La mia vita, nel migliore dei modi, è commiserevole.” Raccolta nuovamente con gran delicatezza la fotografia di Mina, la porsi a Harker “Sarà senza alcun dubbio una moglie devota.”

Harker mormorò imbarazzato un grazie e ripose il ritratto al suo posto, nel fondo di una tasca interna della giacca.

Strofinandomi con vigore le mani, assunsi improvvisamente l’aria di chi vuole tornare agli affari. “E ora, mio caro e giovane amico, sarebbe bene che scriveste qualche lettera. I vostri amici saranno senz’altro lieti di sapere che state bene e che non vedete l’ora di tornare da loro.”

“Prego?”

“Scrivete subito, vi prego. Due lettere, almeno, direi. Una al signor Hawkins, vostro futuro socio; un’altra a.. a qualcuno cui volete bene. Dite che rimarrete con me per un mese a partire da ora.”

Il giovane procuratore fu preso alla sprovvista dalla mia implicita richiesta, e si sforzò a non far trapelare la sua contrarietà. Debolmente chiese: “Davvero volete che rimanga così tanto?”

“Lo desidero ardentemente.” I miei strani occhi verdi presero un’espressione dura “No, non tollererò un rifiuto da parte vostra. Ci sono tante cose che mi piacerebbe sapere da voi, su Londra, sull’Inghilterra e tutta la vostra gente. E quando il suo padrone, il suo principale, chiami il signor Hawkins come vuole, si è impegnato a mandar qui qualcuno a suo nome, rimase inteso tra noi che si sarebbe tenuto conto solo delle mie esigenze. Non è così?” La mia mano dalle unghie affilate spinse avanti sul tavolo alcuni fogli e buste. Carta sottilissima. Avrei potuto leggere ciò che avrebbe scritto una volta imbustato il foglio e sigillata la busta.

Harker capì che, date le circostanze, non poteva fare altro che accettare la proposta. Fece un cenno con il capo. Io gli sorrisi, tornando un modello di cortesia. “Ma sarete stanco. Sono proprio un pessimo padrone di casa. La vostra camera è pronta e domattina potrà dormire tutto il tempo che vorrà. Io starò via fino a sera: dormite bene e fate bei sogni!”

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~ di Mina su luglio 19, 2011.

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