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•dicembre 2, 2011 • Lascia un commento


DIARIO DI ELIZABETA SZILÁGYI

•novembre 13, 2011 • Lascia un commento

Quando iniziai a scrivere il mo diario non sapevo che un giorno sarei stata conosciuta come “La Principessa del Fiume” dai contadini che vivono nel Distretto di Argeș, che a lungo hanno raccontato la mia storia. Il mio Sposo, Dracula, fu costretto dai Turchi a lasciare la fortezza di Curtea de Arges per contrastare la loro invasione, e non vi fece ritorno se non quando dovette ripiegare, sconfitto ma non ancora domato.

Le ballate dei villaggi dicono che la notte in cui le truppe turche raggiunsero una rupe nascosta nel velluto scuro della foresta, si accamparono intorno alla vecchia fortezza e cercarono di abbattere il Castel Dracula a cannonate. Non ci riuscirono, e il comandante ordinò l’assalto per la mattina seguente.

Durante la notte, nel campo turco, uno schiavo parente di Dracula scoccò una freccia all’interno del castello, dove si trovava la mia stanza. Legato alla freccia c’era un biglietto in cui mi avvertiva che il mio Sposo era morto e che mi invitava a fuggire se non volevo essere presa prigioniera insieme alla mia famiglia. Lo schiavo mi scorse leggere il messaggio alla luce di una candela.

I contadini raccontano che io preferii farmi divorare dai pesci del lago piuttosto che diventare schiava dei Turchi. Sapevo bene che i Turchi non erano gentili con i loro prigionieri. Salii in cima alla torre, proprio questa da cui vi sto narrando la storia, e mi gettai di sotto.

Quella parte dell’Argeş è ancora chiamata Riul Doamnei, che significa “il Fiume della Principessa”.

***

IL RITORNO DEL PRINCIPE
TIRGOVISTE, OTTOBRE 1448.

Iniziò col fuoco. A tarda notte, le prime nubi di fumo ne mandarono il primo avviso, nel cuore di Tirgoviste. Ma solo quando il fuoco divampò gli abitanti delle periferie se ne accorsero ed iniziarono a scivolare lungo le strade. Molte case nobili vennero inglobate dalle fiamme ma i piccoli negozi rimasero intatti.

Io corsi fuori casa mia con mia madre e mio fratello per guardare lo spettacolo. Vedevamo le famiglie correre fuori dalle loro case, in panico. Gettavano i bambini fuori delle finestre. Le milizie turche camminavano per le strade, accompagnando il figlio del defunto principe, che tornava a reclamare il suo potere. Era Vlad III, figlio del Principe Vlad II Dracul.
Mia madre era stata innamorata di Vlad II. Quando arrivò, un anno prima, la notizia che egli era stato giustiziato insieme al suo primo figlio, ella pianse come se egli fosse stato il suo amante. Il governatore Janos Hunyadi, l’uomo che aveva ordinato l’assassinio di Dracul, aveva portato tempi difficili.

Il Principe Danesti cercava di compiacere i Turchi mandando un tributo annuale di cinque giovanotti per ampliare la guardia di giannizzeri del sultano e ricevere in cambio oro e ricchezze. Molte famiglie piangevano la perdita di un figlio per la guardia giannizzera, con l’eccezione di pochi, come noi. I familiari con un solo figlio erano risparmiate, tranne durante la guerra, quando dovevano mandare più persone possibile. I Turchi li trascinavano in battaglia contro il loro stesso popolo. Erano in pochi quelli che riuscivano a tornare di nuovo a casa.
Ed ora il Principe Danesti ed Hunyadi avevano iniziato una battaglia contro i popoli del sud, dando così al giovane erede la possibilità di riprendere il potere con il sostegno del sultano, poichè Danesti aveva perso il suo favore.

Avevo quindici anni, all’epoca. Quel che accadeva nel mondo non significava niente per me. Io ero solo affascinata dalla frenesia che c’era intorno a me.

Spinta da un irrefrenabile desiderio, mia madre corse in strada per dare uno sguardo al nuovo principe. Fummo fortunate, perché l’occhiata fugace che riuscimmo a dargli ci soddisfò al punto che decidemmo di tornare subito a casa, allontanandoci dai soldati e dalla gente in panico. Cavalcava un cavallo nero come il suo seguito di soldati Turchi e Valacchi. Il riflesso del fuoco sulla sua armatura ci diede l’armatura lo rendeva simile all’Arcangelo Michele, che sembrava correre fra noi. Con una spada scintillante chiamò le sue guardie intorno a sé ed il principe iniziò a girare con il suo cavallo, valutando la folla. Ebbi un attimo di disorientamento quando mi accorsi che stava guardando proprio me. I lineamenti pallidi e duri del principe lo rendevano sovrannaturale. I suoi occhi erano grandi e predatori. Doveva avermi visto, perché la sua espressione da lupo mi sembrò placarsi un attimo. Gli occhi del cavallo riflettevano una casa che crollava a pezzi e nuvole di polvere. Il suo cavallo galoppava ancora, e i capelli neri del principe scivolavano lungo il viso. Incitò il cavallo al galoppo e corse verso l’entrata del palazzo, senza uno sguardo indietro.

***

Il giorno dopo, mia madre mi predisse un destino infausto. Pettinò i miei capelli con una tale ferocia che mi lasciò più nodi che ciocche. Ogni volta che piangevo, mi colpiva con la spazzola mentre dai suoi occhi traspirava la sua frustrazione. Mentre i nodi dei miei capelli cadevano sul mio grembo, asciugavo le lacrime dagli occhi.
“Non attirerai mai un uomo, così, Elisabeta.” Disse. “Il nostro nuovo principe sta per parlare nella piazza della città e tu devi essere pronta per lui.”
“Cosa sai del nostro nuovo principe?”
I suoi occhi brillarono. “Era solo un ragazzo quando il sultano lo portò via dalla sua famiglia. Ora ha diciassette anni. Doamna Ciorbea, la moglie del carpentiere che vive vicino al mercato, dice che è il più intelligente della sua famiglia. Suo marito fu ingaggiato da Vlad II per restauri e riparazioni quando divenne principe per la prima volta. I ragazzi erano piccoli, all’epoca, ma il giovane Vlad era un bambino curioso e vivace. Renderà le nostre vite migliori.”
Ridacchiai, dando a mio fratello un’occhiata furbetta. “Diciassette? Come Dumitru? Immagina Dumitru al commando di un eservito per prendere il trono…”
“Se io fossi il principe di Valacchia, ti metterei in una gabbia come una scimmia!” disse, facendo il giro del tavolo e facendomi il solletico.
“Ed io ti morderei e ti mischierei la rogna!” dissi, colpendolo con un cucchiaio. Fu soddisfatta dal colpo che gli infersi. Riuscivo di rado a colpirlo perché lui era più forte e veloce.
“Ed allora ti farei bollire viva e ti darei in pasto ai cani!” Esclamò, prendendomi per la vita e facendomi girare. Il mio piede colpì il tavolo, facendo saltare le verdure e traballare I piatti. Misi la mia gamba intorno al suo corpo facendolo ruotare ed egli cadde, portandomi giù con lui. Imprecai quando cadde su di me.
“Basta o vi picchierò finchè non la smetterete! Chiamerò le guardie e dirò loro di portarvi in prigione! Se vostro padre fosse vivo… Dumitru, smettila di comportarti come un bambino! Non vorresti provvedere alla tua famiglia, un giorno?”
“Beh, sto pensando di diventare un Pirata, veleggiare per il mar Nero, trovare tesori. Porterò Elisabeta come aiuto cuoco.”
Io presi un piatto e lo sventolati come una bandiera. “Ed io taglierò la gola del cuoco ed avvelenerò il capitano ed il primo ufficiale, e governerò la nave e sarò la più temibile pirata di tutti i mari!”
Mamma sospirò e mise le verdure nel bollitore, le fece cuocere a fuoco lento.
“E’ tempo di andare” Disse “Preparatevi.”

Quando giungemmo nella piazza principale del paese, vedemmo il giovane principe sullo stesso palco dove i soldati sopravvissuti del contingente di Dracul avevano annunciato il suo assassinio. Aveva con sè una spade in una guaina nera. “Siete stati ingannati da Danesti, il fantoccio di Hunyadi. Io sono il legittimo erede al trono di Valacchia. Quei codardi hanno ucciso mio padre e mio fratello. Perché? Per paura. Per cupidigia. Hanno venduto voi e le vostre famiglie, per il loro profitto!” La folla ruggì, iraconda e furiosa.
“L’Imperatore Sigismondo diede a mio padre la spada dell’Ordine del Drago, per dargli il potere di proteggere la Valacchia! Mio padre vi ha protetto ed io intendo fare lo stesso. Non ridurrò i vostri figli in schiavitù. Non porterò via le nostre risorse né vi toglierò quello di cui avete bisogno per sopravvivere!” La folla ruggì ancora, ma questa volta di approvazione.
“Il traditori devono essere puniti. Vi invito a seguirmi nella mia corte, e sentirvi sicuri nel dirmi chi vi ha maltrattato, chi è stato la spia di Danesti. Potrete accendere i fuochi e spedire quei traditori all’inferno con le vostre mani!” Il popolo iniziò ad urlare nomi di chiunque fosse sospettato di tradimento. Nessuno ci aveva mai parlato in quel modo. Nessun principe ci aveva mai invitato ad esprimere il nostro dolore con tanta disponibilità.
Il principe Vlad fece un gesto verso la folla, calmandola un po’. Sorrise ed in questo modo riuscì a sostenere ancora la gente che lo ascoltava. “E’ tempo di mandare via gli aristocratici stranieri che ci usano come pedine e che rubano al nostro territorio. Avete bisogno di un principe che vi protegga e vi sostenga nel vostro duro lavoro. Con me come principe, vi garantisco una dinastia di solidità e di rispetto. E ci difenderemo dalle cattive influenze di coloro che hanno cercato di manipolarci!”
Non riuscii a sentire nient’altro: esplose un frastuono assordante. Il principe sguainò la spada e la innalzò al di sopra della sua testa. Il suo sorriso era scintillante e, con una serie di plateali movimenti di spada, ci dimostrò come avrebbe versato il sangue del nemico.
Mentirei se dicessi che non trovai il principe molto affascinante, ma odiavo il pensiero di essere in qualche modo in accordo con mia madre. Il suo viso emanava una severità che imponeva attenzione. I suoi occhi erano sovrannaturali con il loro impeto. I lunghi capelli neri scivolavano lungo le sue spalle come una bandiera intinta di inchiostro, incorniciandogli il viso ed accentuandogli il naso pronunciato e dritto. La sua voce era limpida e piena di convinzione. Mentre parlava della sua vita e delle sue promesse per noi, sembrava tenere a bada, in sé un gran fuoco, e la folla si muoveva insieme a lui. Aveva spalle larghe e con lo sguardo penetrante controllava la folla per qualsiasi segno di insurrezione. Il suo esercito era dietro di lui, pronto ai suoi ordini.
Mia madre era affascinata. “Guardalo. Quale grazia! Somiglia molto a suo padre!”
La stretta di mia madre sul retro del mio collo mi faceva stare dritta e mi costringeva ad ascoltare il discorso del Principe. Tuttavia, fra il rumore della folla e la nostra distanza dal palco, facevo gran fatic a cercare di capire cosa dicesse. Lei iniziò allora a spingere fra la folla, per farci arrivare quanto più vicine possibile. Le sue guardie lo proteggevano in un semicerchio intorno la piattaforma.
“Mio fratello Rasu è rimasto sotto la custodia del sultano. È stato l’unico modo che ho avuto per garantire il mio ritorno, ma sono venuto per liberarvi. Mio zio, il re Bogdan di Moldavia, manderà delle truppe per sostenerci. I nostri alleati vogliono che diventiamo una paese prosperoso. Non soffrirete mai più!”
Ero sconvolta dal suono di risa e pianti intorno a me. Mi voltai e vidi una vecchia signora che manteneva un rosario fa le mani. Ringraziava Dio per la sua misericordia, ma lamentava il fatto che suoi marito ed i suoi quattro figli non fossero ancora vivi a festeggiare questa vittoria. Contrariamente alle usanze, il principe rimase accanto al palco dopo la fine del suo discorso. Agli ammiratori venne consentito di parlargli di persona. Mamma mi spinse nella speranza di farmi passare attraverso il mare di volti stanchi e affaticati.
Ad ogni modo, mi spinse tanto che arrivai fino a lui, deambulando come un ubriaca. Quando lui incrociò i miei occhi, rimasi paralizzata. Pensai di perdere il controllo. Ma lui continuava a guardarmi con i suo sguardo da serpente.
Il cuore di mia mamma dovette sobbalzare nel petto, quando se ne accorse. Veloce come un morso di serpente, lei approfittò della sua distrazione per rivolgergli un ringraziamento e gli mise dei fiori fra le mani.
Io ero terrorizzata all’idea di stare così vicino ad un uomo così nobile.
La sensazione di euforia e di stretta allo stomaco mi faceva sentire come precipitate da una grande altezza; ricordai quando Dumitru mi convinse a saltare dal tetto quando avevo sei anni. Sperai vivamente di non farmi male.
Mamma scomparve nella folla ed io rimasi sola. Lui mi rivolse un genuino sorriso, inedito per il temperamento mostrato fino a quel momento; mi diede la possibilità di avvicinarsi ed aprì le braccia: mi chiesi se avrei dovuto parlare per prima, ma sicuramente non era nostra usanza. Oltretutto, non ero sicura che egli avrebbe risposto alle mie domande; tuttavia, egli mi abbracciò e mi baciò sulle guance. Le sue labbra indugiarono un istante in più rispetto a quanto dovuto. Io presi altri fiori dalla mia cesta, con una mano tremante, ed i petali si agitarono come ali di una farfalla. Lui li accettò e baciò la mia mano.
“E tu saresti?”
“Elisabeta Szilágyi,” Dissi. “Volevo dirvi… che abbiamo apprezzato molto il vostro modo di parlarci. Siamo onorati di avervi come sovrano”
Le sue labbra si curvarono in un sorriso gentile che però conteneva una punta di amarezza. His lips curled into a smile that was kind but was touched by bitterness.
“Ti fidi di me?” mi chiese. Annuii, impossibilitata a parlare.
Egli sollevò il mio mento con un dito per guardarmi negli occhi.
“Mi dispiace, Signore. Non so cosa dire.”
“Potresti dirmi qualcosa su di te.”
“Io non sono nessuno.” Dissi.
“Non lo credo.”
Mi strinsi nelle spalle. Pensai che mi stesse prendendo in giro. Riuscivo a malapena a guardarlo in volto: era come se i suoi occhi mi scrutassero l’anima.
“Vivo nella strada dei conciatori”. Risposi “Mio fratello lavora nei campi. Mio padre morì in battaglia. Mia madre, vedova, si prende cura di noi.”
“E cosa mi dici di te?”
“Sono venuta fin qui per dirvi che siamo felici del vostro ritorno. Credo di sembrarvi un po’ stupida…”
La sua risata sorpresa mi gelò. “Sono felice che tu l’abbia fatto.”
Mentre guardavo il principe, cominciai a vedere oltre le vesti formali e mi accorsi del giovane che aveva dovuto superare il dolore di perdere i suoi genitori e il fratello per poi prendere il comando, con grande rischio per se stesso. Notai una cicatrice che correva lungo lo zigomo. Era profonda, ma rimarginata dal tempo. Volevo toccarla e rimasi sorpresa quando allungai la mano davanti a me. “Cosa c’è?” Mi chiese, sopreso.
“Mi dispiace. Niente, signore… oh, sono così inopportuna. Sono pazza!”
“Più lo dici, meno ti credo. Sei una fanciulla onesta che mi parla con il cuore.”
“Mi chiedevo cosa fosse questa cicatrice, ma sono riuscita a chiederlo a voi.” Dissi.
Si mise a ridere, carezzandola al ricordo. “Quando Radu ed io fummo presi in ostaggio, iniziai a combattere con una guardia. Lo feci svenire prima che gli altri mi bloccassero.”
Immaginando la reazione che si aspettava da me, mi complimentai. Gli amici di mio fratello mi intrattenevano spesso con I racconti delle loro bravate. Sgranai gli occhi e mi morsi il labbro.
“Siete così coraggioso. Solo vedervi qui mi dona tanta speranza, sapendo che intendete difendere la vostra patria dopo essere stato via tanto a lungo.”
La sua espressione mi fece sorridere. Mentre abbassavo le mani, sfiorai il suo guanto. Lui prese le mie dita e le baciò. I suoi occhi Verdi lesser il mio animo al punto che io sentii di non aver bisogno di aggiungere altro. “Grazie, signore. Devo tornare alla mia famiglia. Immagino che avrete molte persone con le quali dovete parlare.”
“Spero di vederti ancora. Ho intenzione di essere sicuro che la mia gente sia felice”. Disse.
“Si, signore.”
Cercai di rivolgergli il più dolce dei miei sorrisi, ma ero intrappolata dalla mia timidezza. Ci volle tutta la mia forza di volontà per evitare che le mie ginocchia cedessero.Avrei voluto abbracciarlo e scappare.
“Ti cercherò,” disse. Strinse la mia mano prima di voltarsi dai suoi generali
Tornai da mamma con andatura instabile, il cuore in gola mi aveva resa sorda ai rumori intorno a me. Mi sentivo come ubriaca. Mia madre era in estasi. “Molto bene, Elisabeta. Si ricorderà di te, lo so. ”
“Credo di sì,” ammisi.
“Ne sono sicura.”
Rabbrividii mentre mi voltai e vidi che mi fissava. La mascella appuntita era rivolta verso l’alto, con imperiosità. Mi nascosi dietro di lei come una bambina piccola, ma lei si spostò in modo da rendermi di nuovo visibile. “Resta qui e lasciati guardare. Forse gli verrà voglia di venirci a trovare”
Aggiustai il mio vestito ed i miei capelli, ma guardai in basso e feci per allontanarmi. Poi lo guardai ancora una volta, ma era di nuovo impegnato in una conversazione con i suoi uomini.
“Possiamo andare ora?” Supplicai mia madre.
“Un momento. Dobbiamo sfruttare al massimo questa opportunità.”
“Oh, mamma, non gli importa di noi. Lui è il principe. Ha parlato con noi, ma perché deve dimostrarci che ha cura del suo popolo. Lui vuole solo il nostro sostegno”, dissi.
“Pensi di saperlo, solo perché hai passato qualche minuto in sua presenza? Come sai di aver compreso le sue intenzioni? Non capisci che sto cercando di darti la vita migliore che posso, ingrata egoista?” Madre sputò ai miei piedi. Evitai di guardarla, mentre si allontanava adirata. Dumitru fece una semplice scrollata di spalle mentre iniziò a seguirla senza altri commenti.

***

LA PRINCIPESSA DEL FIUME
CURTEA DE ARGES, TRANSILVANIA, AGOSTO, A.D. 1462

Da quando il mio giovane Principe era partito per la guerra, il mio sonno era tormentato da rossi sogni di orrore e di sangue. Ogni notte lottavo per rimanere sveglia il più a lungo possibile; e quando, prima o poi cedevo, inevitabilmente, alla natura a chiudevo gli occhi, subito mi trovavo a vagare nell’incubo di campi di battaglia disseminati di corpi impalati e smembrati. E qui iniziava una nuova mia lotta: evitare il più a lungo possibile di guardare in volto uno di quei soldati sfigurati… Ma ancora una volta, prima o poi, un impulso insopprimibile mi obbligava a fissare uno di essi.

E, sempre, il viso del soldato dilaniato era quello di “Lui”: e sempre, mi risvegliavo urlando.

Quella notte, nell’ora che precedeva l’alba, l’ora in cui la disperazione toccava il fondo, percorrevo le mie stanze, nel luogo più alto e più sicuro del castello, mentre le mie ancelle, sfinite dalla mia condotta ormai quasi demente, dormivano. Ora non più solo nei miei sogni della dama, ma anche nella mia immaginazione da sveglia, il fiotto sanguigno sgorgava denso e vermiglio dalle vene del mio giovane diletto sposo, rosso vino spremuto a goccia a goccia dal suo corpo, estratto dagli spietati aguzzini senza volto che lo tenevano prigioniero.

Quella notte il vento ululava senza posa tra gli spalti, penetrava dalla mia finestra aperta sulla notte con il rantolo dell’agonizzante che rende l’anima. Era una visione insostenibile ma ineludibile, quella delle sofferenze e della morte del Principe. Invano mi si diceva che tutto quel terrore, tutto quell’orrore erano ingiustificati, che non poteva avere la certezza che mio marito fosse prigioniero dei Turchi, che non c’erano prove che fosse stato catturato, ucciso, anche solo ferito.

La mia unica certezza era che il mondo era pieno di morte e di terrore, e che il destino della donna di un soldato era un destino di lacrime.

Nel mio stato di sgomento e prostrazione mi rendevo conto solo vagamente di quanto mi circondava. Avevo interrotto il mio vagare in una delle stanze dell’appartamento dove c’era un po’ di luce. Lì un fuoco in fin di vita lampeggiava nel caminetto e la fiamma di una candela, sul tavolo in mezzo alla stanza, teneva a bada il buio in agguato fuori dalla finestra aperta. Camino e candela, insieme, producevano un fioco chiarore malfermo, suggerendo appena i colori degli arazzi che adornavano le pareti, e delle cortine di seta del talamo dove “Lui” mi aveva resa sua Sposa.

In quel letto mi aveva stretta al suo cuore, promettendole il ritorno. Lì, il mio nobile Principe mi aveva legata a sé con un amore tale che se fosse morto – ne ero certa! – anche la fiammella della sua vita si sarebbe smorzata come quella di un’esile candela.

Ero lì immobile, tremante e assorta, quando la freccia entrò nella stanza, dolcemente, volteggiando attraverso l’alta finestra come un uccello stanco del volo, toccando l’apice della curva più alta che due forti braccia e una arco di fine fattura potessero imprimerle. Prima ancora di poter riconoscere la natura di quel messaggero mi ritrassi, come arretrando davanti a un demonio alato, con il grido disperato di chi sapeva già che la propria anima era perduta.

La crudele punta di ferro del dardo morse appena la molle cera della candela solitaria, rovesciandola con il suo candeliere dorato sul massiccio tavolo di legno.
La fiammella si spense.

Mi arrestai immobile nel suo recedere atterrito, il volto di classica bellezza fisso come di una statua, lo sguardo inchiodato sul mio destino. Il fuoco agonizzante del camino, combinato con la luna piena che splendeva bassa ad occidente, bastò a mostrarmi che il latore della mia sorte giunto sotto le spoglie di una freccia portava un piccolo collare di carta bianca, strettamente avvolto.

Un attimo, ed avevo afferrato il mio demoniaco visitatore e stavo aprendo il piccolo involto di sottile carta bianca, scorrendo con gli occhi il messaggio. Il latino studiato da ragazza mi tornò alla mente; ma prima ancora di leggere le funeste parole seppi che annunciavano la “sua” morte… e con essa la mia.

Mi occorse solo un minuto, muovendomi adesso con la calma della follia e disperazione totali, per riaccendere la candela, trovare un foglio e vergare il messaggio inevitabile.

Ancora un altro minuto e correndo, arrampicandomi di furia, raggiunsi i bastioni più alti, in gara – vittoriosa – con i primi raggi del sole. La brezza del mattino, sotto la grande volta del cielo ormai tinto d’alba, mi scompigliava i capelli corvino. Lontano, in basso, ancora ammantato di notte, il fiume serpeggiava sotto il terrapieno del castello dalle alte mura.

Gridando il nome del mio amore, mossi agile il passo, ansiosa di unirmi a lui laggiù, nelle tenebre. Le pietre del parapetto accolsero il mio piede.

Poi, il mio solo sostegno fu l’aria.

DIARIO DI ANA DANESTI

•novembre 13, 2011 • Lascia un commento

DIARIO DI ANA NEACŞA AFUMAŢI, BRASOV, ROMANIA, 1457.

Ho scritto a Sonja per chiedere consiglio e lei disapprova la mia idea di rispondere al Principe Dâneşti. Ma come può disapprovare quello che sto per fare prima ancora che lo faccia? Avevo già abbastanza preoccupazioni e lei me ne aggiunge altre! È chiaro, dice, non devo rispondere. Ma è facile parlare quando non si sa come stanno esattamente le cose: non è qui a vedere; sono sicura che, al suo posto, farebbe come me. Certo, in linea di massima lo so che non si deve rispondere, e ha visto dalla mia ultima lettera che neanch’io lo volevo, ma il fatto è che, credo, nessuno si sia mai trovato in una situazione come la mia.
Oh, sono davvero da compiangere!

Oggi è venuto come al solito per parlare con lo zio Dragomir. Ero così agitata che non osavo neanche guardarlo. Non poteva parlarmi perché c’era lo zio ed immaginavo che si sarebbe arrabbiato quando avrebbe capito che non gli avevo scritto. Non sapevo cosa fare, quando mi ha chiesto se volevo che andasse a prendermi l’arpa. Il cuore mi batteva così forte che non sono riuscita a far altro che risponder di sì.

Quando è tornato è stato peggio. Si è messo ad accordare l’arpa e poi nel darmela ha detto, semplicemente: «Prego, Doamna.» Ha detto solo queste due parole, ma con un tono che mi ha lasciato tutta sconvolta. Pizzicavo l’arpa senza sapere quel che facevo. Zio mi ha chiesto di cantare qualcosa: non avevo scuse, ed ho dovuto accontentarlo. Avrei voluto non aver mai avuto voce. Ho scelto apposta un’aria che non sapevo perché ero sicurissima di non poterne cantare nessuna e che tutti si sarebbero accorti di qualche cosa.

Per fortuna è arrivata una visita e zio ha pregato Dâneşti di andare a vedere di chi si trattasse. Avevo paura che approfittasse per andarsene, ma è tornato ed io ho voluto guardarlo ancora un istante. Ho incontrato il suo sguardo e non ho più potuto distogliere il mio. Non potevo trattenermi per l’emozione: sentivo che stavo per piangere.
Allora mi sono alzata per riporre l’arpa nella sua custodia e, approfittando del fatto che lo zio era occupato a parlare con l’altro boiardo, subito ho scritto a matita su un foglietto di carta: «Vi prometto di rispondervi.»
Sonja non può proprio dire che ci sia qualche cosa di male in questo! E poi era più forte di me. Ho messo il biglietto tra le corde dell’arpa come aveva fatto lui con la sua lettera; e sono tornata a sedermi. Mi sentivo più calma. Non vedevo l’ora che l’altro boiardo se ne andasse.
Appena è uscito, zio mi ha chiesto perché avessi riposto l’arpa, visto che desiderava che suonassi ancora, e Dâneşti si è alzato per andarmela a prendere. Mi sono accorta benissimo dalla sua faccia che non sospettava di niente. Ma al ritorno, sul suo volto c’era l’ombra di un sorriso! Posando l’arpa di fronte a me, si è girato in modo che zio non potesse vederlo, mi ha preso la mano e me l’ha stretta… ma in un modo. È stato un attimo, ma che piacere mi ha dato! Non saprei nemmeno descrivero. Io però, l’ho ritirata subito, così non ho niente da rimproverarmi.

Ora, Sonja capirà che non posso astenermi dallo scrivergli, visto che ormai gliel’ho promesso. Ma che male ci può essere a scrivere? Quello che mi preoccupa è che non saprò scriver bene la lettera. Man mano che si avvicina il momento di scrivergli il mio cuore batte in modo incredibile. Eppure bisogna che lo faccia, perché l’ho promesso.

 

 

Fairy_orchestra

•ottobre 27, 2011 • Lascia un commento

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LE INDAGINI DI HOLMES

•settembre 26, 2011 • Lascia un commento

Londra, Autunno 1888

*La splendida giornata contribuì a cancellare dall’animo di Sherlock Holmes e del suo amico Watson l’impressione di grigiore e tristezza, che aveva generato in loro l’omocidio di Polly Nichols. Mentre i due compagni erano seduti a fare colazione nella stanza, inondata dai raggi del sole che penetravano dalle finestre, Holmes interrompe il suo pasto per andare nella sua camera da letto ed uscirne poco dopo vestito dalla testa ai piedi* “Vado a trovare una persona, mio caro Watson, lei ha da fare qualcosa?” “Oh sì, Holmes, devo visitare alcuni pazienti, uno in particolare, affetto da aneurisma aortico” “Bene allora ci rivediamo qui per l’ora di pranzo!” *Esce dall’appartamento di Baker Street per dirigersi verso il forno della signora Nellie Lovett ⊙ From Hell, che si trovava al 186 di Fleet Street. Un luogo non molto frequentato e che apparve agli occhi dell’investigatore intriso di quell’inquietudine sottile, che tanto aveva oppresso l’animo suo nei giorni precedenti. In verità in quel quartuere c’era già stato, travestito da mendicante per spiare la donna, ben sapendo di cosa fossero capaci lei e il marito. Nutriva dei sospetti nei confronti della coppia, pensava potessero essere responsabili dell’omicidio della signora Nichols, per questo vuole interrogare entrambi; decide di non celare la sua identità questa volta e di presentarsi alla donna come il noto investigatore. Lovett, intenta a pulire, dapprima non si rende conto della presenza di Holmes, così questi prende l’iniziativa e, toltosi il cappello, la saluta distintamente* Buon giorno Signora Lovett…

 

Nellie Lovett ⊙ From Hell ‎

*stranamente quest’oggi il cielo non prometteva pioggia perciò Nellie ha lasciato, fin dall’apertura, la porta del locale aperto. Il continuo susseguirsi di giornate vuote e tutte uguali la porta ad osservare anche ciò che accade fuori dal suo locale; strani sguardi vengono puntati verso il proprio negozio in questi ultimi tempi* Certo, con ciò che è accaduto solo poche notti fa, sfiderei chiunque a non rivolgere occhiate guardinghe in ogni dove! *pensa a voce alta mentre ripulisce il piano d’appoggio. Un barbone, in particolar modo, sembra aver trovato in Fleet Street un nuovo rifugio e la sua perenne presenza nei dintorni comincia a darle fastidio. Già la strada in cui si trova non ha una buona reputazione, l’arrivo di questo nuovo straccione – ne è sicura – farà scappare quei pochi clienti che le restano! Le prime ore della mattinata passano tranquille, Nellie è appena risalita dalla cantina con una nuova teglia di pasticci fumanti; a breve ve ne sarà un’altra pronta. Dispone gli sfornati lungo dei vecchi vassoi per poi tornare a pulire il bancone. Presa com’era dai suoi pensieri, non si era accorta dell’arrivo di qualcuno in negozio fin quando questi non prende parola. Solleva la testa di scatto, in un primo momento spaventata, facendo vibrare visibilmente i ricci che fuoriescono dalla sua acconciatura* Buongiorno a voi giovanotto! *risponde subito, rasserenando impercettibilmente l’espressione*

 

Sherlock Holmes ⊙ Consulente Investigativo ⊙ From Hell

‎*Holmes si addentra in quel luogo con aria abbastanza sicura, rigirandosi il cilindro in mano* Mi chiamo Sherlock Holmes, voi siete la signora Nellie Lovett, la pasticciera di Fleet Street, se non sbaglio, sto indagando sull’omicidio di Whitechapel, della povera Polly Nichols…ne avrete sentito parlare, immagino, tutta Londra lo sa, ho diverse domande da porle se non le dispiace *continua a dire, cercando di assumere un’aria il più naturale possibile* se non le spiace vorrei innanzitutto sapere dov’era la notte dell’omicidio…

 

Nellie Lovett ⊙ From Hell ‎

*l’elegante signore si presenta e le rivolge alcune domande sulla sua persona e sull’attività che svolge, ma quando inizia a parlare dell’omicidio di Whitechapel tende a guardarlo con distaccata riluttanza* Non sbagliate, giovanotto, sonola padrona del forno; mrs Lovett in persona *conferma con un cortese, quanto tirato sorriso ed un lieve cenno del capo* Si, *conferma con colma, ostentando quasi un tono vago. Sicuramente arriverà a farle rivelare che quella sera era presente sul luogo del delitto e questo potrebbe crearle sicuramente dei problemi* ho saputo dell’accaduto e, si… *aggiunge indicandogli il più vicino dei tavoli vuoti* potete farmi le domande che ritenete necessarie *acconsente gentilmente. Magari il mettersi subito a disposizione e l’essere accondiscendente con lui potrà abbreviare questa incresciosa visita*

 

Sherlock Holmes ⊙ Consulente Investigativo ⊙ From Hell ‎

*Si accomoda ad uno dei tavoli indicatagli dalla donna, prendendo in mano un sigaretta* Non ci vorrà molto, signora: ho letto recentemente sui giornali che la polizia ha già arrestato un primo sospettato; in verità, stento molto a credere a quanto si legge sui giornali, infatti, mi sono recato alla stazione di polizia di Whitechapel per sapere di più su questo primo sospettato e un agente mi ha detto che lo stanno cercando, ma non l’hanno ancora rintracciato e, da quello che ho capito, ce ne vorrà di tempo, visto che la polizia è, a mio avviso, fonte costante di innocente divertimento *dice, ridendo tra sè* in ogni modo, il sospettato è un certo “Grembiule di Cuoio”, un tipo difficile da beccare, ho provato ad interrogare anche altri testimoni, ma molti probabilmente lo stanno coprendo, quindi mi chiedevo se può dirmi lei qualcosa su questo “Grembiule di Cuoio”…qualsiasi cosa le possa venire in mente…

 

Nellie Lovett ⊙ From Hell ‎

*l’uomo usa una sottile ironia nel parlare del lavoro e dei risultati che ottiene la polizia londinese. Non ne farà parte, ma deve appartenere comunque, anzi: sicuramente, all’ambito investigativo. Sembra essere caparbio e parecchio sicuro di sé. Evidentemente deve aver già ottenuto dei risultati migliori rispetto a qualche precedente caso sostenuto della Scotland Yard; dei risultati di cui non nasconde, certo, di andar fiero! Sorride anche lei a quella piccola allusione, è curiosa di sapere se davvero quell’enigmatico giovane riuscirà a risolvere il mistero che cela questo delitto* Ebbene, mr Holmes, *risponde poggiando una mano sul tavolo* so cos’è un grembiule di cuoio, ma *inarca le sopracciglia ammettendo che* non conosco nessuno con un nome, od un soprannome, simile. Leggo raramente dei giornali *bugia, non avendo molto da fare in negozio, è solita leggere il gazzettino quando uno dei ragazzetti del quartiere le fa la gentilezza di comprarlo al posto suo quando va girovagando per la città* ed una tal notizia non ha ancora colpito la mia curiosità. *aveva invero letto l’articolo di cui sta parlando, ma neanche lei credeva fermamente alle parole là sopra citate*

 

Sherlock Holmes ⊙ Consulente Investigativo ⊙ From Hell

Io invece credo che lei legga molto i giornali, signora Lovett; purtroppo questo non è un luogo molto frequentato, quindi suppongo che lei passi molto tempo, quando non ha clienti, a leggere riviste o gazzettini, che compra uno dei ragazzetti di quartiere al quale date qualche scellino; vedo infatti che su quel tavolo c’è un foglio strappato, in cui sono scritti caratteri tipici della stampa o meglio di qualche gazzettino *dice indicandogli un tavolo libero su cui era poggiato un foglio di carta, probabilmente ciò che rimaneva di qualche giornale o rivista* in ogni modo, non conosce magari qualche lavoratore che utilizza quel tipo di grembiule?

 

Nellie Lovett ⊙ From Hell ‎

*ascolta con interesse la sua teoria dedotta dalla vista di un unico foglio di carta dimenticato su un tavolo, poco più in là. Per quanto riguarda la storia del ragazzetto e di come si procura il giornale tenderebbe a pensare di esser stata decisamente spiata, solo ieri Carl le ha consegnato l’ultima stampa disponibile. Guarda l’ispettore con silente circospezione per qualche istante rispondendo con finta non curanza* Bhè, mr Holmes, dimenticate che questo è pur sempre un locale *ruota leggermente sul proprio busto per indicare le ampie pareti che li circondano* anche ammesso che io legga qualcosa “di tanto in tanto”, *enfatizza queste ultime parole, dato che ormai il giovane ha capito che anche lei è solita scorrere le notizie più importanti* devo pur dare ai miei clienti un piccolo passatempo durante l’ora del pranzo. E gli uomini, ve lo assicuro, son sempre di fretta ed apprezzano tanto avere un qualcosa che parli di attualità o che li distragga *terminerebbe la frase con ”dal saporaccio dei miei pasticci” ma si limita semplicemente a dire* dalla frenesia del proprio lavoro e degli impegni che gravano giornalmente sulle loro spalle. Sul grembiule potrei dirvi troppo, o forse troppo poco, dato che è un indumento che molti tipi di lavoratori utilizzano: a partire da chi, come me, lavora la carne od anche dai falegnami e persino dai carpentieri…! Vi sto svelando, temo, *aggiunge notando la sua espressione alquanto pensierosa* di avervi dato un indizio che aumenta di gran lunga il numero delle vostre ipotesi, o sbaglio? *involontariamente le sue labbra tendono in un lieve sorriso traverso. Non di scherno né di soddisfazione, è solo divertita dalla situazione, tutto qui*

 

Sherlock Holmes ⊙ Consulente Investigativo ⊙ From Hell ‎

*Holmes capisce che la donna, in un certo senso, sta dicendo la verità, sebbene abbia mentito circa il fatto che non legga mai i giornali; non conosce quel tale ricercato dalla polizia e non sa nulla di lui; da quel poco che è riuscito a sapere, questo “Grembiule di Cuoio” è un tipo avvolto nell’ombra e che ama frequentare prostitute e la signora Lovett non è di certo una meretrice, pur rimanendo una donna abbastanza seducente, nonostante il velo di mistero o macabro che avvolge la sua persona agli occhi dell’investigatore. Si è sbagliato sul suo conto, ora che le ha parlato: la pelle leggermente più chiara sul suo anulare suggerisce che è stata sposata e che ha portato un anello per un po’ di tempo, sfoggiandolo con fierezza, ma poi è rimasta vedova e probabilmente neanche da molto tempo, questo dimostrato anche dallo stato di leggera malinconia di cui sembrava pervaso quel luogo. Ma la donna gli ha detto una cosa interessante:* Tutt’altro, madame, mi siete stata di grande aiuto *dice alzandosi e mettendosi il cappello in testa* vi ringrazio molto per la sua disponibilità* continua a dire, offrendo alcuni scellini alla donna come segno di ricompensa.*

 

Nellie Lovett ⊙ From Hell ‎

*lo sguardo indagatore dell’uomo comincia ad innervosirla, sarà anche un investigatore, ma non può certo soffermarlo su ogni cosa presente nel proprio locale…! Deve aver fatto persino delle silenziose osservazioni su di lei dato che l’occhio dell’uomo pare posarsi anche sulla sua persona, soffermandosi parecchio sulla mano sinistra. L’avrebbe ritirata per istinto, ma si sforza di mantenere sempre la stessa posizione; che sia vedova da diverso tempo, ormai, è cosa più che risaputa; eppure questo è il gesto che più le ha dato fastidio. Stava per rispondere a tono a quel suo modo di fare, ma questi si alza, rimettendosi il cappello in testa. Oh, per fortuna questo colloquio sembra volgere al termine e senza neanche farle ammettere alcunché! Meglio così, far girare una ciarla sulla sua presenza a Whitechapel proprio la sera del tanto efferato delitto avrebbe screditato lei ed ancor di più il suo forno! Benchè la presenza di un detective – cos’era… famoso, forse? L’abbigliamento era certamente distinto ed il proclamarsi tanto migliore della stessa polizia lo avrà reso, almeno, conosciuto dall’intera comunità – nel proprio negozio sarà ormai cosa nota in tutta Fleet Street. Deve stare attenta a cos’altro prova a dire ed a come si comporta, ora più di prima, dato che sembra voler andar via! Gli rivolge un sorriso garbato; la cortesia, deve dire, ha svolto egregiamente il suo lavoro. Quando nota che le porge delle monete richiude gentilmente il palmo della sua mano, dicendo* No, la prego… non serve… *nasconde abbastanza bene una palese indignazione. Potrà anche essere rimasta sola e non guadagnare quanto vorrebbe dato che non ha più la clientela di un tempo, ma la vita le ha insegnato ad arrangiarsi con le sole proprie forze e senza l’aiuto o la carità di alcuno. Chiamatela dignità o perfino orgoglio, ma non intende accettar nulla che non provenga dai frutti del proprio lavoro*

 

Sherlock Holmes ⊙ Consulente Investigativo ⊙ From Hell ‎

*Rimane alquanto sorpreso, non si aspettava che la signora Lovett rifiutasse la sua offerta; in ogni modo, un ultimo saluto a quella triste dama e si dilegua. Con passo sicuro si dirige verso un posto in cui forse avrebbero potuto dirgli qualcosa in più su quel losco individuo ricercato dalla polizia: decide di andare, dunque, prima in un Bordello di Whitechapel, luogo che sicuramente frequenta quel “Grembiule di Cuoio”; poi, se avrà conferma di quanto pensa, si recherà nella bottega di un certo Aisach Solomonivich, un carpentiere che lavora in un bottega nel quartiere ebreo di fronte all’ospedale di Whitechapel. Holmes, infatti pensa, come suggerito dalla stessa Miss Lovett, che “Grembiule di Cuoio” lavori proprio in quella bottega, anch’egli come carpentiere o forse come aiuto, vista l’età avanzata del vecchio Solomonovich. In breve arriva alla casa di appuntamenti e lì un’attraente signorina lo accoglie gentilmente.*

 

Nellie Lovett ⊙ From Hell ‎

*ricambia il saluto con uno schietto cenno del capo prima di seguire con lo sguardo il suo spostamento fino all’esterno del negozio. Attende ancora qualche attimo prima di affacciarsi alla porta per guardar male una donna che, dall’altra parte della strada, aveva arrestato il suo passo per poter provare a scrutare l’interno del suo forno dato che aveva notato mr Holmes uscire proprio da lì. Resta a fissarla fin quando, arrossita fino sopra le orecchie, non riprende a camminare creando un frettoloso, quanto fastidioso, rumore di tacchetti sul marciapiede* Cominciamo bene…! *esclama fra se e se continuando a guardarsi intorno, vivamente irritata, prima di rientrare. Quasi stenta a credere che, con tutto quel buio, sia stata intravista a Whitechapel… eppure, pensandoci meglio, Holmes non ha affatto alluso alla sua presenza lì. Questo, forse, non la escluderà dai suoi sospetti; evidentemente doveva prima aiutarlo a sciogliere l’enigma che si cela dietro questo misterioso “Grembiule di cuoio”. Meditando sul proprio, appeso nel retrobottega, considera che per il momento sia meglio pensare semplicemente al lavoro. Sicuramente la seconda teglia di pasticci deve essere quasi pronta*